Non sono un cinefilo. Nonostante la premessa, amo trascorrere parte del tempo libero in qualche sala cinematografica. Soprattutto d’autunno, d’inverno e in primavera. Poi l’estate è povera di proposte. E così capita di frequentare qualche rassegna. Come il Festival di Locarno, da sessant’anni in agosto. A caratterizzarlo, almeno dal 1971, la Piazza Grande. Lì vengono proiettati alcuni dei numerosi film selezionati dal direttore artistico Maire. Scenario davvero affascinante. E allora andiamoci.
Dopo aver cercato insistentemente un buco per infilarci la mia C2, tento di arrivare nella splendida Piazza almeno per le 20, altrimenti non trovo più posto. Mi siedo, leggo i giornali, bevo un po’ d’acqua, chiacchiero e attendo con impazienza conservando gelosamente il mio posticino. Opto per la toilette prima del via. Non ci sono quelle pubbliche. Nemmeno uno squallidissimo ToyToy. Mi tocca entrare in un affollato bar. Il gerente è all'entrata e mi chiede 2 franchi. È il prezzo da pagare per svuotare la vescica. Cosa devo fare? Pago e svuoto. Torno in piazza.
Alle 21.30 si spengono le luci e salgono sul palco alcuni personaggi. Ci siamo, penso. Ecco sfilare la presentatrice, il direttore artistico, il regista del film della serata, la sua traduttrice e altra gente. Era la consegna del Pardo d’onore. Una ventina di minuti incredibilmente lunghi, senza dinamica e vitalità. Pallosi, per dirla tutta. Sì, manco fosse la consegna dei diplomi di qualsiasi istituto scolastico di periferia! Pochi sentivano e capivano quello che stava succedendo. Qualche applauso tra una parola e l’altra. Sarà il protocollo, mi dico tentando di rilassarmi sulla scomoda seggiolina nera. Poi vabbè, sono qui per il film e non per i convenevoli. Aspetto. Scavallo le gambe anche se non so dove metterle. E si parte.
Trenta minuti in tutto. Poi, come molti altri, ho tagliato la corda. Era “Le voyage du ballon rouge”. Non mi era mai successo di abbandonare la proiezione ma non ho resistito. Un nervoso incredibile. Nel cast figurava il nome di Juliette Binoche. E mi sono fatto fregare. N-o-i-o-s-i-s-s-i-m-o! Poi, dalla mia postazione, si sentiva ben poco. Capita, direte voi.
Leggendo però i commenti sul Pardo d’Oro (Ai no yokan), come quello di Maurizio Porro sul Corriere della Sera, mi sono reso conto che altri hanno provato un solletico ai nervi guardando alcune pellicole. “Ha vinto – scrive Porro - il classico film da festival, per cinefili, di snervante ma artistica ripetitività, pronto per una notte di Fuori orario. (…) Superato lo scoglio dei gesti sempre uguali – conclude il critico del Corsera - che stordisce e appanna i sensi, il pubblico che resiste (alcuni, dopo sei o sette omelettes se ne sono andati) apprezza la sincerità dolorosa di una storia che ribadisce l' antico confronto tra vittima e carnefice (traslato)”.
Certo, nella miriade di film proposti, in e fuori concorso, mi hanno segnalato la presenza di qualche buona opera. Ma non è questo il punto. La mia curiosità e un’altra: perché il festival del film di Locarno fatica ad essere fresco, vivace, giovane, moderno, creativo, innovativo, popolare e tecnologico? Sembra un timido evento prevalentemente pensato per “addetti ai lavori”. Con l’unica eccezione per Piazza e Rotonda: lì c’era spazio per il grande pubblico. Quello che durante l'anno va al multisala. Quello che paga. Un pubblico, seduto rigorosamente fuori dall'area vip, che non mi sembra particolarmente coinvolto. È semplice spettatore di un evento non suo.
Youtube, per dirne una. Basta afferrare il cellulare e già si può produrre un mini filmato. Se fate un giro in rete ne troverete a bizzeffe di immagini. Anche girate durante il festival di Locarno. I registi, gli attori e gli sceneggiatori sono gente comune. Tutti possono farlo! E allora, perché non si è pensato di valorizzare anche queste “mini opere”?
Le star, per dirne un’altra. È come se al Festival ci fosse un po’ di timidezza e vergogna a volerle e a “sfruttarle”. Anche quanto ci sono si intravedono soltanto.
Il siparietto prima del film, per continuare. Tristissimo e senza ritmo. Eppure dietro l’evento c’è la Televisione Svizzera. Non sarà la regina dell’intrattenimento ma…una mano poteva darla. Mangari anche dal punto di vista scenografico. Pensate che i pali di sostegno del maxi schermo avevano il compito di fare da sfondo! Troppo forte!
I film, per proseguire. Alcuni erano un po' noiosetti. Giusto un pochetto.
L’anniversario, per ridirne ancora un’altra. Erano sessant’anni ma, oltre ai manifesti di alcune precedenti edizioni esposti per strada e a qualche retrospettiva, non sono stati particolarmente sottolineati. Sarebbe stato carino avere un’esposizione vera e propria, un libro. Qualcosina in più, insomma.
I prezzi, per terminare con le critiche. Trentadue franchi per due film è accettabile ma…se tu volessi vederti in Piazza solo il primo dei due film in programma? Ti attacchi e sganci comunque trentadue franchi. Anche se domani lavori e vuoi andartene a casa prima che cominci la seconda proiezione. Eccheccavolo!
Insomma, il festival c’è e ci deve essere. È così da sessant’anni. Le critiche ci sono e ci devono essere. È così da sessant’anni. Ma non ditemi che tutto deve necessariamente rimanere come sempre. Ci vorrebbe una ventata d’aria fresca per scacciare l'alone grigio che ogni tanto, ma solo ogni tanto, attornia il "festival internazionale del film di Locarno". Una bella botta di vita, ecco cosa ci vorrebbe! Forse per i 61...
Ah, ci aggiungo un P.S.
Il 7 agosto erano 50 anni dalla morte di Oliver Hardy. Oh, ma che stupìììdo... sarà mica roba da festival!